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Archive for luglio 2010

Evviva l’Islanda. La rete trova Patria? http://ow.ly/2gvmb

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In questo pomeriggio afoso e soffocante di lavoro mi sono concessa 15 minuti di distrazione, che ora saranno inevitabilmente di più dato che ho deciso di scrivere questo post.

Gironzolando per la rete, non dimentico mai di dare un occhio a cosa mi cinguetta Twitter, e fra le appetitose proposte del menù volatile gli occhi mi si sono fermati su di un tweet e relativo link: e ho fatalmente cliccato.

Idea simpatica, almeno per me, ricordare che nella professione dello scrittore/redattore  freelance esiste un’etica, un codice non esplicito che è sempre bene seguire per non avere brutte sorprese: “The Ten Commandments of Freelance writers”.

Dieci leggeri paragrafi che richiamano le pesanti tavole della legge, ma non hanno nulla di oppressivo.

Magari qualche cosetta la si sapeva già (non parlare con un cliente degli altri clienti, non parlare male dei colleghi…)  ma vale la pena di buttarci un occhio e rimandare qualche cosa a memoria.

In effetti…aggiungerei alla decina un altro punto, più che un comandamento è un consiglio: siamo seri ma non prendiamoci troppo sul serio.

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Non è così che doveva andare. O almeno lo speravamo. Parlo al plurale perché credo che a pensarla come me siano in tanti. Tanti quanti la rete possa contenere.

Il ddl intercettazioni non è stato emendato come ci si aspettava. Internet è di nuovo in pericolo, specialmente i blogger che al contrario dei giornalisti dei quotidiani online (nazionali) non hanno alle spalle avvocati ed editori pronti a pagare (?). Anche per l’editoria online locale si mette male perché non avrebbe quella forza economica sufficiente per sostenere sanzioni.

Rettificare dopo 48 ore (podcast per podcast, articolo per articolo… a seconda di come venga diffusa la notizia incriminata): pena una sanzione fino a 12.500 euro.

Speriamo – è rimasta solo la speranza? forse no – che succeda qualcosa: la rete è ancora in pericolo.

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donna che legge_fotosearchLa lettura su carta batte quella su dispositivi digitali 1-0. Palla al centro? Mica tanto. La partita potrebbe essere truccata dalle abitudini dei lettori. Da uno studio portato avanti dal Nielsen Norman Group (conoscete Jacob Nielsen, il guru della web usability?) la lettura su e-book sarebbe il 10% più lenta rispetto a quella su carta.  A influenzare la fluidità di lettura sarebbe lo schermo, il peso del e-reader e il fatto che il dispositivo ricordi tanto il lavoro (vedi palmari, netbook e così via): il libro di carta sarebbe sinonimo di relax.
Gli e-book devono conquistare un loro spazio culturale, insomma. Questione di abitudine.
Per quanto mi riguarda, la carta ha sempre un fascino particolare – ma solo per i libri, mentre per l’informazione preferisco l’agilità e l’essere sulla notizia dell’online.
Sto facendo un pensierino su quale e-redear comprare: avere troppe scelte è come non averne nessuna.
via Informa

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punto interrogativo

Ospiti, argomenti interessanti (e anche no), tanta maleducazione.
Questi gli ingredienti che condiscono sempre più spesso i talk-show televisivi (anche la radio o le web tv non scherzano). Per andare in tv servono di certo conoscenze e competenze se si trattano argomenti particolari, ma la cosa che più serve è essere educati, un minimo. La legge da seguire, quella più sciocca ma apprezzata da addetti ai lavori e dal pubblico a casa, è quella di lasciar parlare e concludere una persona . Se vogliamo fare i colti e ci piace la sociologia si può aggiungere anche il turn-taking.

Indispettisce vedere e ascoltare questa lotta di parole: chi interrompe di continuo alzando anche il tono per coprire la voce altrui, chi ha la parola e difende il proprio orticello proseguendo imperterrito, e il moderatore in studio atterrito dal caos o più spesso innervosito dalla poca disciplina dei convenuti.
E gli spettatori – che dovrebbero avere un vago diritto ad essere informati ma esserlo in maniera civile – sono impotenti? No. Il consiglio è quello di spegnere la televisione, fare zapping, o se si sta vedendo web tv in diretta o podcast… eliminarli tutti con un click.

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Mi sono dimenticata di segnalare qui sul blog  un articolo del Guardian che tratta l’argomento del giornalismo online.
Gli alert sociali li ho fatti (Twitter e Facebook). Per il blog recupero ora.

Da leggere per i risultati riportati di una rilevazione, quanto mai veritiera ed aderente alla realtà.
Il pezzo è diviso in “The Ugly”, “The Bad” e “The Good”. Ma non immaginatevi scenari catastrofici.
Non vi anticipo nulla…

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È più forte di me.
Da mesi mi faccio questa domanda (che giro alla blogosfera) guardando una ‘mezzobusto‘, telegiornalista: ma vuole entrare in casa mia? Mi informa su ciò che accade nel mondo e sembra lei stessa in assetto di guerra. Sguardo serissimo, mani appoggiate al desk quasi volesse scavalcare il tavolo, attraversare lo schermo (del computer) e sedersi con me a bere il caffè.

In effetti non è da sola, le fanno compagnia alcuni emeriti colleghi un po’ buffi: uomini e donne che danno notizie come se fossero loro gli inviati, con le pallottole che fischiano a destra e a manca, presi a male parole da chi non vuole parlare al microfono, ore e ore in attesa – magari sotto al sole o alla pioggia battente –  per avere una dichiarazione. Beati loro, invece, gli anchormen/women che sono al calduccio. Mi tiro su il morale pensando che forse lei pensa che sono davvero di compagnia: meglio stare con me che lavorare… ma la colazione è diventata leggermente inquietante.

Informazione di servizio: continuo a guardare questo tg, al di là di queste sciocchezze. È buona informazione, e poi esiste la turnazione. Qualche caffè in serenità lo potrò sorseggiare.

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