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Archive for ottobre 2011

Da ieri si spendono parole, video, immagini, suoni sugli scontri di Roma. In realtà, è stato dato spazio anche alle motivazioni che hanno spinto una folla pacifica a manifestare il proprio disagio per un’epoca che è governata dall’incertezza.
Un’orda ben organizzata di black bloc – e uso pure io ‘sto nome anche se di appellativi poco gentili ne avrei da vendere – ha messo a ferro e fuoco la Capitale, togliendo la scena ai manifestanti. Lanci di sanpietrini, mezzi blindati della polizia poi incendiati, vetrine spaccate e minacce ai manifestanti, che non si aspettavano questo delirio.

Erano in tanti i black bloc, ancora di più i manifestanti. Ma il punto non sta nei numeri, piuttosto nell’organizzazione, a mio avviso. A Roma non c’ero, lo dico per dovere di cronaca, ma da osservatrice esterna costernata, ho fatto subito un pensiero.
La chiave di tutto è l’organizzazione: un gruppo ben organizzato che si oppone a una folla non proprio strutturata.
E qui cito, ma non in maniera colta e me ne vedo bene, la teoria dell’élite che tanto si studia sui banchi universitari in materia di politica, comunicazione e sociologia. Un assunto applicabile per astrazione alla giornata di ieri. Pochi ma organizzati possono fare molto più – e anche ‘governare’ – tanti non organizzati.
Per il triste episodio di Roma non si tratta di governare o di potere politico, ma di agire.  I black bloc erano organizzati, e in mezzo a una folla che forse lo era meno – o meglio che era meno preparata ai disordini a dispetto di esperienze passate – sono riusciti a fare quello che volevano, nonostante coraggiosi tentativi di fermarli.

Su twitter ho letto suggerimenti giustissimi, cose che avevo anch’io pensato possibili: un’arma efficace era quella di accerchiarli, pochi alla volta; togliere caschi, bandane e cappucci e fargli una bella foto. Cheeeese! lo scatto è fatto e mandato sulla Rete: e il black bloc ora riconoscibile diventa di colpo disarmato. O per lo meno se continua a far danni c’è chi lo va a cercare.
Soluzione un po’ pericolosa, che richiede organizzazione e coraggio: ma un ottimo antidoto, magari, per le manifestazioni future. Se a Roma rimarranno ancora intatte le strade su cui marciare.

Si sapeva di un possibile attacco dei black bloc? Si scambiavano messaggi sulla Rete per darsi appuntamento? Se sì… beh allora la nostra intelligence dov’era? E ci siamo ritrovati con i poliziotti quasi assediati e manifestanti che, nel mezzo del putiferio, scappano cercando un luogo sicuro.

Mi viene solo da dire che l’organizzazione occulta si combate con l’organizzazione trasparente di chi manifesta, che al giorno d’oggi deve preoccuparsi di difendere non solo le idee, ma anche tentare di preparasi ad isolare questi fenomeni di lucida follia.

Buona domenica.

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Alzata mattutina, prima delle sei. Prendo l’iPad, bevo caffè, leggo le notizie o le ascolto in streaming.
Battuta di arresto: Steve Jobs è morto. Dopo la sua lunga malattia, la fine del suo viaggio – direi notevole e in futuro indimenticabile – la ritenevo irreale.

Forse perché non è un uomo comune (ndr. stavo per correggere il verbo “è” con “è stato” ma lo lascio così, al presente), forse perché mi rammarico di averlo conosciuto – metaforicamente parlando – troppo tardi.
La filosofia che sta dietro la Apple è la visione di vita di Jobs, perlomeno quella da lui dichiarata. Visione che ho sempre condiviso, anche non sapendo fino a pochi anni fa cosa fosse la tecnologia secondo l’azienda di Cupertino. Semplice, lineare, diretta, intuitiva e creativa. Tutti aggettivi di uso comune che nascondono la difficoltà di realizzare quello che promettono. Ci vuole impegno, abnegazione e desiderio di riuscire.

Dopo aver appreso la notizia della morte di Steve Jobs, ho inserito il suo nome su Google e ho trovato due link. Il testo del suo discorso fatto ai neolaureati di Stanford nel 2005 e il video di quello speech.
Nei giorni scorsi dai media era stato ripreso questo episodio – Jobs ha lasciato il suo ruolo di Ceo Apple pochi giorni fa e da poche ore è uscita una nuova versione dell’iPhone – ma non avevo seguito questo ‘trend informativo’ con particolare attenzione. Si è calcata l’attenzione sulle ultime frasi del discorso, “Stay hungry, stay foolish“, parole che Jobs aveva ripreso dalla quarta di copertina di una pubblicazione, The Whole Earth Catalog. Forse il sentirle o leggerle così tante volte mi aveva annoiato.

Ora che ho letto e visto, ritengo che non ci sia una parte del discorso più forte di un’altra: il sensazionale sta nell’intero testo/video. Racconta la sua vita, la sua visione dell’esistenza con pochi passaggi. Io non ci riuscirei mai.

Infatti non sono Steve Jobs, ma ringrazio che ce ne sia stato uno.
E allora mi unisco agli affamati e ai folli, come posso.

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