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Archive for gennaio 2013

Veloce segnalazione di un articolo che riunisce 50 blog di giornalisti che possono essere una buona fonte di info e dritte per altri giornalisti.
Devo iniziare a spulciare i vari link, e quindi non so dare un primo commento sulla rassegna:
Spero di farlo presto ma mi sembrava una buona idea condividere subito il link.

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Secondo un articolo uscito sul Fatto Quotidiano, il Financial Times sta operando una ristrutturazione e punta sul digitale piuttosto che sulla carta.
Sembra che andranno a casa più di trenta cronisti e che ne verranno assunti dieci per l’online. Si potrebbe dire subito: fuori il vecchio e dentro il nuovo.

Invece la prima considerazione che ho fatto – per associazioni di idee e notizie nostrane – è stata questa: non si poteva nel tempo fare formazione ai ‘senatori’ e dargli modo di riconvertirsi al digitale?
Ma perché si pensa che si debba correre verso i nativi digitali e non sfruttare competenze di anni e anni di professione? Alla base del giornalismo ci sono sempre le stesse regole di qualità, che sembrano sempre più mancare nelle forme attuali di fare informazione. Magari il FT lo ha già fatto e quello che ho fatto è un pensiero inutile.

Faccio questa riflessione perché da mesi sento che tutti puntano sui giovani, per trovare incentivi per l’assunzione di giovani, per affrontare l’emergenza giovani… tutto vero.
Ma la fascia di persone che vanno dai 36 anni in su non viene mai citata: non sono giovani, non sono vecchi. E alla fine, spesso sono fuori dai giochi, istituzionali o no. Dimenticati. Eccezione: gli esodati.

(autoreferenzialità? mea culpa)

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Il 15 gennaio scorso il Nieman Lab ha pubblicato un report internazionale legato ai modi possibili di finanziamento delle imprese digitali di informazione sia negli Stati Uniti che in Europa.
Il titolo del documento è “Chasing Sustainability On The Net”. Nel report sono stati inseriti ben 69 casi di studio diversi provenienti da nove Peaesi diversi e rilevati durante 12 mesi di lavoro.
Buona lettura!

 

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Bellissimo post di Seth Godin. Breve chiaro e, come per altri post, denso di spunti per riflettere.

La carenza di artisti (o di persone che creano novità e innovazione, e in questo contesto anche per chi lavora su contenuti) non sarebbe da imputare ad una innata quant rara creatività o capacità di cimentarsi nelle cose, di iniziare un’avventura.
Sarebbe causata dal fatto che, da sempre, si è sottoposti da un lavaggio del cervello. Ci si convince – per comune sentire –  che siamo “naturalmente” capaci di correggere, dare consigli e criticare. Mentre saremmo quasi inadeguati per disegnare una nuova realtà e cominciare da zero un progetto.

Questo accade spesso nel mondo della scrittura, inteso nella sue varie dimensioni: chi non si è sentito autorizzato a correggere un testo di un altro senza doversi professare copy editor di mestiere?
Si parte da quando siamo piccoli, con i compiti corretti a casa da mamme, sorelle o da chi afferra casualmente il tuo quaderno per primo, mentre lo osservi e sudi freddo sperando di aver azzeccato tutte le acca.

La creatività viene prima, prima delle correzioni. Bisogna in qualche modo esercitarla, perché potremmo sorprenderci. Davvero.

 

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“Sempre meglio che lavorare…”
Una risposta che scherzosamente a volte mi danno quando dico che sono giornalista. Loro si divertono, io un po’ meno. Pazienza.

“Eh, voi siete una casta…”
Ma voi chi? Non sono solita usare il plurale maiestatis, ergo si riferiscono a un gruppo di cui non faccio parte: infatti spiego che sono freelance e questo spero faccia qualche chiarezza sulla differenza fra “loro” (la casta giornalistica) e me.

E poi adesso ci sono le elezioni. Allora comincio anche a dare ragione a chi critica con forza la categoria – aristotelicamente parlando – dei giornalisti.
Ma se uno vuole fare questo mestiere, essere il più possibile obiettivo, avvicinarsi alla verità sapendo che coglierla non è possibile (criterio di veridicità) e tutte le cose che ti insegnano sulla professione… come si fa poi a scendere in politica e fare campagna elettorale? E magari, poi, se non vinci tornare tranquillamente a fare il tuo lavoro… ma con quale credibilità?

IMHO: per i giornalisti quasi meglio non votare affatto, figuriamoci entrare nell’agone politico.

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